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Urla, minacce e punizioni per gestire i conflitti con i figli?

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Urla, minacce e punizioni per gestire i conflitti con i figli?

Quante volte è capitato di urlare ai figli?
Quante volte di fronte a un conflitto abbiamo utilizzato la minaccia come metodo di risoluzione?
E quante volte ci siamo detti: “Adesso vai in punizione! Cosi impari!?

Sono comportamenti che molti genitori utilizzano come tecniche per sedare o spegnere i conflitti che possono prendere le forme di un capriccio o di un’opposizione tenace da parte del figlio ad una specifica richiesta del genitore.
Ma se di fronte al conflitto il nostro comportamento è spesso quello di urlare, minacciare o prospettare premi e punizioni quali conseguenze può avere sullo sviluppo del figlio o della figlia?

Minacciare, urlare e mettere in punizione un bambino è un modo per risolvere conflitti (se non a volte invece potenziarli piuttosto) che si basa sulla paura e sulla gestione della rabbia del genitore attraverso l’uso della forza.
Di fronte ad un comportamento scorretto o non accettabile del figlio il genitore può ricorrere alle urla, alle minacce e alle punizioni con lo scopo, più o meno consapevole, di incutere timore, di spaventare il figlio per le conseguenze della sua “disobbedienza”.

Educare attraverso la paura e l’obbedienza è un metodo educativo o meglio dis-educativo che ancora oggi è in vigore in molte società e in diverse parti del mondo.
Educare con la paura non aiuta il figlio ad assumersi le responsabilità dei suoi comportamenti e se utilizzato spesso non aiuta il figlio ad autoregolarsi proponendogli di fatto un modello di risoluzione dei contrasti e dei conflitti che è fondato sul potere dell’obbedienza e sulla forza.

Urlare e minacciare incutono timore nel bambino e siamo sicuri che sia l’unica via per ottenere il rispetto di alcune regole o promuovere la sua autostima e responsabilità?
“Se non ti metti subito le scarpe oggi non ti porto a casa di...!” è una comunicazione basata sulla minaccia in cui il genitore utilizza un premio/punizione come metodo per convincere il figlio a fare ciò che lui chiede.

Piuttosto che minacciare e urlare possiamo parlare di qual è l’effetto che ci fa il suo comportamento e aiutare il bambino a vedere quali conseguenze possono avere sull’altro i suoi comportamenti.
E’ più semplice tagliare corto con le minacce e le punizioni piuttosto che aiutare il bambino a stare nel conflitto con noi non cedendo a richieste che riteniamo inaccettabili ma mostrando anche un atteggiamento empatico e rispettoso del suo diritto ad opporsi, a protestare senza che questo debba portare a minacciare, urlare o incutere timore in altre forme.

Proviamo allora a fermare l’escalation della rabbia, proviamo ad evitare di aggredire il bambino con le urla e le minacce e cerchiamo di stare con la sua rabbia e la nostra irritazione in modo diverso dal “buttargliela addosso”.
Possiamo parlare di come stiamo, di che effetto ci fa il suo comportamento e la situazione “esplosiva” con fermezza e sicurezza.
“Mi dispiace vederti così arrabbiato e triste, ma adesso dobbiamo proprio andar via” piuttosto che “Basta con questa lagna! Finiscila e andiamo altrimenti non ti porto più al parco!”.
Il bambino potrà imparare che non c’è solo la minaccia e la risoluzione autoritaria del conflitto ma è possibile rimanere in contatto con la propria rabbia in modo diverso.

Potrà fare esperienza di un genitore che, seppure arrabbiato e irritato, riesce a mantenere la calma e la fermezza e a conquistarsi autorevolezza senza esercitare autoritarismo.

Non è affatto semplice ma possiamo provarci e sentire l’effetto che fa depotenziare alcuni automatismi comportamentali e culturali prodotti dalla pedagogia nera per cui le punizioni e la violenza sono metodi legittimi per “correggere” il comportamento del bambino.

Le punizioni, i premi e le minacce sono “metodi educativi” in cui al centro c’è il genitore e l’educatore che è in grado di valutare l’adeguatezza di un comportamento e di rinforzarlo attraverso meccanismi premianti o sanzionatori fondati sulla paura delle conseguenze delle proprie azioni o sulla ricerca di gratificazione legata ad un premio.
In secondo piano ci sono i bambini e i loro comportamenti intesi come messaggi comunicativi e affettivi da accogliere e comprendere e aiutare a trasformare attraverso la gestione positiva dei conflitti, la promozione di un atteggiamento empatico.
Il bambino potrà, ad esempio, apprendere che avere buoni voti a scuola gli farà guadagnare premi piuttosto che esser un buon risultato gratificante per sé e frutto dell’ impegno, dell’entusiasmo e della concentrazione.

Minacciare, urlare e punire sono prodotti di un’educazione autoritaria che non vuole fare spazio al dialogo ma preferisce la forza per redimere il contrasto senza esplorarne il senso esistenziale e relazionale.

Lavorare come genitori sulla gestione positiva dei confitti con i propri figli contribuisce ad educare figli con maggiori competenze prosociali e minori tendenze all’espressione violenta della rabbia e della frustrazione.

Una responsabilità genitoriale che esercita i suoi effetti sulla comunità di appartenenza, sulla società in cui si vive e sulla personalità dei propri figli.

Il ritmo dell’esistenza – Ritmo e Psicologia

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Se intendiamo il ritmo come “il succedersi ordinato nel tempo di forme di movimento, e la frequenza con cui le varie fasi del movimento si succedono[...]” (cit. Treccani) possiamo allora chiederci quanto ritmata sia la nostra vita e la nostra quotidianità.

Quali sono le successioni nel tempo dei nostri comportamenti, delle nostre azioni e delle nostre emozioni?

Qual è il rapporto fra il ritmo e la psicologia?

Come cambiamo i nostri atteggiamenti, i nostri pensieri e le nostre emozioni nel tempo?
 
Riconosciamo schemi o forme che si ripetono nei nostri modi di vivere e raccontare le nostre esperienze di vita?
 
Riusciamo ad individuare il ritmo della nostra esistenza e del nostro modo di stare nel mondo?
 
Se ci diamo il permesso di ascoltare e dare voce alle nostre sensazioni, alle nostre emozioni e ai nostri pensieri possiamo delineare una sequenza ritmica nei nostri modi di percepire e vivere la realtà.
 
Scopriremo così alcune forme che si ripetono con costanza più di altre e cominceremo ad abbozzare alcuni tratti del nostro carattere come fossero tendenze e atteggiamenti quasi automatizzati che modellano la nostra identità e la percezione che abbiamo di noi stessi.
 
Riconoscere il proprio stile, il proprio ritmo, il proprio modo di comportarsi in determinate situazioni può diventare un primo passo per riscoprirsi creativi compositori, per sperimentare nuove forme di movimento nel tempo e delineare diversi ritmi per la propria esistenza.
 
Ritmo [dal lat. rhythmus, gr. ῥυϑμός, affine a ῥέω «scorrere»]

“Non ce la posso fare!” Come aumentare la mia autostima?

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Che vuol dire il termine autostima? Se è possibile stimare sé stessi, qual è il valore che ti attribuisci?
A cosa pensi quando ti chiedono di esprimere una valutazione su di te, di definirti o darti un valore?

Come aumentare la mia autostima?
È esperienza sempre più comune quella di sentirsi in difficoltà di fronte a nuove sfide o cambiamenti in momenti critici della propria vita.
Ma se è del tutto comprensibile sperimentare disagio, imbarazzo o ansia in alcune situazioni cosa succede quando a queste emozioni si affianca la sensazione di non farcela, di non essere all’altezza e di sentirsi inadeguati?

L’autostima può esser tradotta come la percezione del proprio valore, della propria capacità di fare fronte a richieste che provengono da noi stessi, sotto forma di progetti, desideri e ambizioni oppure dall’esterno come fossero richieste, sfide e opportunità.

La stima di noi stessi si correla quindi all’immagine che abbiamo di noi e al grado di fiducia che rivolgiamo verso le nostre risorse e capacità.

Un basso livello di autostima è spesso legato alla sensazione di non sentirsi all’altezza di una determinata situazione, di non volersi far vedere per come si è e di sentirsi inadeguati, con un “valore di sé” basso, insufficiente.

Ma come posso aiutarmi ad aumentare la mia autostima?
Come posso sentirmi “sufficientemente adeguato” nel mondo?

Che senso ha definirmi come persona incapace, con bassa autostima o inadeguata?

L’effetto è quello di innescare un circolo vizioso che si autoalimenta di emozioni e sensazioni quali frustrazione, paura, rabbia, impotenza e delusione.

Proviamo allora a costruire e inseguire la ricerca di piccole esperienze gratificanti, nutrienti che possano rimetterci in contatto con emozioni di affetto, amore e gratificazione verso noi stessi.

Ma smuoverci dalla posizione esistenziale di incapaci, incompetenti e inadeguati costa e fa molta fatica.

La nostra più grande risorsa è proprio quella di dare voce a quel piccolo movimento, a quella piccola parte che ci spinge ad uscire dal tunnel per ristabilire un nuovo equilibrio fatto di sfumature e tonalità di colore che al meglio possono descrivere la complessità e l'unicità di ognuno di noi.

Praticare e allenare la creatività nelle sue diverse forme possono aiutarci ad affiancare al circolo vizioso della bassa autostima il circolo virtuoso e nutriente della creatività, del creare qualcosa di nuovo, del trasformare e ampliare la nostra immagine interiore con le relazioni e le esperienze.

Esser creativi non vuol dire necessariamente saper disegnare, danzare o comporre musica bensì creare esperienze nutrienti, vivere relazioni gratificanti e concedersi il permesso di sbagliare, rischiare e convivere con la propria paura senza per questo soccombere ad essa.

Se mi definisco mi chiudo, se mi percepisco in divenire mi ascolto nello scorrere del tempo e dell’esistenza.