In questo post pubblicato anche sul sito del mio Studio Associato Amaltea intendo riflettere sul significato e il senso delle regole, delle abitudini e dei divieti nella relazione fra genitori e figli.

Quante volte cerchiamo con i nostri figli di trasmettere alcune regole di comportamento: “Eh no. Questo non si fa. A tavola qual è la regola da rispettare?” oppure “Quando si mangia non si parla?” e cosi via.

Ogni genitore e ogni famiglia ha le sue regole di comportamento che assumono la funzione di contenere e delimitare i confini tra comportamenti accettabili e consentiti e comportamenti inaccettabili e scorretti.

Interiorizzare queste regole vuole dire per il bambino cominciare a farle proprie riconoscendone un’utilità e una funzione specifica che può aiutarlo a costruire un proprio modello che possa guidare il proprio comportamento in determinate situazioni.

Ma la vita non è fatta solo di regole ma anche di abitudini e su questo è utile anche soffermarsi.

Provate a chiedervi che differenza passa fra una regola e una abitudine?

I comportamenti sono appresi anche per abitudine e per imitazione pertanto è vero che spesso prima di affannarci con i nostri figli per far sì che rispettino (noi stessi e) le regole possiamo lavorare con loro perché possano concepirle anche come abitudini.

Le abitudini possono esser buone o cattive a seconda del contesto e degli scopi che si prefiggono.

Ad esempio alzarsi da tavola continuamente per un bambino di 5 anni può esser vista come una continua violazione di una regola familiare oppure come una “cattiva” abitudine da sostituire e da cambiare.

Inquadrare il comportamento “deviante” dalla regola e dalla norma familiare come trasgressivo e provocatorio ci allontana dalla comprensione di quel comportamento come messaggio relazionale e come comunicazione.

Che ci vuole dire alzandosi continuamente da tavola? Di cosa ha bisogno in quei momenti? Cosa possiamo fare come genitori per trovare un punto di incontro fra i nostri e i suoi bisogni? Che effetto ci fa come genitori quel comportamento in termini di emozioni, pensieri e azioni?

Un modo per consentire che le regole siano interiorizzate in modo efficace è quello di renderle comprensibili e discutibili tra genitori e figli.

L’approccio autoritario classico “E’ così punto e basta” di certo non aiuta a favorire questo processo di comprensione ma assicura obbedienza o disobbedienza e spesso non aiuta il bambino ad esprimersi e a confrontarsi.

E’ fondamentale allora che alcune regole familiari così come quelle sociali e culturali (leggi, norme sociali e pratiche culturali) possano esser percepite come soggettive e dotate di senso individuale e collettivo.

Violando una regola o una norma familiare il bambino ha la possibilità di sperimentare altro, di vedere quali conseguenze scaturiscono e indirettamente di capire quali sono i confini “accettabili” per i genitori.

L’atteggiamento empatico e deciso/assertivo del genitore di fronte alla violazione della norma è fondamentale per aiutare il bambino a capire come poter comportarsi diversamente e cosa può averlo spinto a comportarsi nel modo “non accettabile” per gli altri.

Nella prima infanzia (0-3 anni) possiamo parlare piuttosto che di regole di veri e propri divieti considerato il livello di sviluppo mentale e fisico dei bambini mentre gran parte delle abitudini e delle regole familiari possono esser negoziate, discusse e condivise almeno a partire dai 5/6 anni.

E’ utile che i bambini percepiscano che siano i genitori a decidere su alcuni aspetti della loro vita perché non potrebbe esser altrimenti ma è bene che nel farlo i genitori siano attenti a come comunicano le loro scelte in modo da promuovere nei figli un atteggiamento responsabile e consapevole piuttosto che obbediente e timoroso dell’autorità genitoriale.

Parlare di che senso ha una regola piuttosto che pretendere che venga solo rispettata permette a genitori e figli di allenarsi sul senso dei comportamenti, sugli effetti pragmatici di essi e sui rapporti che intercorrono fra emozioni, pensieri e azioni.

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