La psicoterapia è rivolta a individui, coppie e gruppi che vogliano intraprendere un percorso di conoscenza dei propri comportamenti e modi di esser al mondo.
Nella sua accezione originaria di “cura dell’anima” la psicoterapia è una delle costanti antropologiche dell’essere umano in ogni epoca e cultura.
Il modello di riferimento è quello della Psicoterapia della Gestalt, orientamento alla psicoterapia, intesa come percorso che vada dal sostegno all’auto-sostegno della persona con la finalità di accrescere la propria consapevolezza e abilità di rispondere (respons-abilità) agli eventi dell’esistenza.
Il lavoro di psicoterapia può svolgersi utilizzando l’ascolto e il dialogo empatico, immaginazioni e fantasie guidate, drammatizzazioni e attività espressivo-creative che utilizzano anche mediatori artistici (disegni, collage, fotografie, immagini…).
Il percorso di psicoterapia ad orientamento gestaltico è rivolto a coloro che vogliano migliorare la propria qualità della vita e promuovere il proprio benessere bio-psico-sociale.

La figura dello psicoterapeuta, spesso chiamato analista, è oggetto come direbbero gli psicologi di numerose e svariate proiezioni da parte dell’opinione pubblica.

Lo psicologo e lo psicoterapeuta nell’immaginario collettivo riveste ruoli che vanno dal consigliere esistenziale, al guru, dal curatore dell’anima, al professionista distante e trincerato dietro il suo sapere e la sua scienza.

In psicoterapia della Gestalt non importa quello che si è ma cosa si fa di quello che si è, pertanto tale presupposto diventa pratica ermeneutica di esplorazione delle molteplici metafore ed immagini evocate nello spazio della relazione terapeutica.

La pratica elettiva usata dalla Gestalt per realizzare questo scopo è quella del “continuum di consapevolezza” a voce alta, dove, come nella meditazione, si osserva tutto ciò che sorge senza giudicarsi.

L’incontro è cosi un percorso di conoscenza e ampliamento della consapevolezza in cui ci si dirige insieme verso l’esplorazione dell’intenzione.

Servizi: Consulenza psicologica, Psicoterapia individuale, Terapia di Coppia, Terapia di Gruppo, Arte Terapia

Aree di intervento: Ansia, Panico, Depressione, Disturbi dell’Umore, Disturbi dell’Alimentazione, Disagi e Problemi relazionali, Gestione dei conflitti, Crisi e problemi di coppia, Sostegno alla genitorialità

ARTICOLI DAL BLOG

  • “Non ce la posso fare!” Autostima, creatività e cambiamento

    Che vuol dire il termine autostima? Se è possibile stimare sé stessi, qual è il valore che ti attribuisci?
    A cosa pensi quando ti chiedono di esprimere una valutazione su di te, di definirti o darti un valore?
    Continue reading →

  • POSTO ERGO SUM? Identità digitale e consapevolezza di sé tra blog, social network e whatsapp

    Blog, social network, whatsapp e vari servizi di social dating continuano a stimolarci al confronto e alla condivisione e di pensieri ed emozioni contribuendo a definire anche la nostra “personalità digitale”.

    Ma come? Esiste una “personalità digitale” e una “non digitale”?

    Beh, proviamo a pensare come possiamo comportarci diversamente mentre scriviamo un post sul web e mentre invece esprimiamo lo stesso contenuto di persona in una relazione mediata dal corpo e non solo dal monitor o dalla tastiera.

    Che effetto ci fa parlare di qualcosa sui social e parlarne di persona a qualcuno?

    Quanto tempo investiamo a comunicare attraverso il web, i monitor e le tastiere senza vederci di persona sperimentando un contatto anche attraverso lo sguardo, il corpo e la voce?

    Quali cambiamenti potrà apportare al nostro modo di comunicare, di percepire e di essere nel mondo l’utilizzo sempre più persistente dei social network?

    “A cosa stai pensando” è la frase con cui ti invita Facebook a scrivere di te o a comunicare un messaggio, qualcosa per i tuoi amici ma non solo.

    Scriviamo post su blog e aggiorniamo status su pagine Facebook e gli altri social ma con quale intenzione?

    Qual è l’immagine di noi che vogliamo comunicare agli altri? Quanto siamo consapevoli del fatto che stiamo costruendo un’identità digitale fatta di immagini, post condivisi, contenuti multimediali e commenti?

    Se intendiamo l’identità come un processo in cui la persona costruisce nel tempo coerenza e senso di appartenenza con le molteplici parti di sé allora possiamo immaginare come l’identità espressa nel web e sui social network possa costruirsi in parallelo con lo scorrere dei nostri post nel tempo.

    Identità nel web e identità nel mondo sono due cose diverse?

    E’ possibile parlare di identità virtuale e identità reale?

    Che senso ha continuare a separare virtuale e reale come se non fossero entrambi frutto della nostra percezione di sentire e rappresentare il mondo?

    Come è possibile che in un mondo così pieno di contatti e scambi comunicativi istantanei e globali  l’Organizzazione Mondiale della Sanità preveda per il 2020 la depressione come seconda malattia più diffusa al mondo dopo le patologie cardiovascolari?

    Con tutti questi amici, questi profili e questi social network che ne sarà della nostra salute mentale?

    Che effetto farà sulla nostra personalità esser continuamente connessi alle reti sociali sul web?

    Stiamo attraversando un’epoca di forti cambiamenti e di forti diseguaglianze e contrasti anche nel rapporto con la natura e l’ecosistema.

    Credo che fermarsi a riflettere e interrogarsi sul nostro modo di stare nel web e con il web possa costituire un’utile occasione per osservare i nostri cambiamenti e allenare la nostra consapevolezza e capacità di auto-osservazione.

    Per non rischiare alienazione e dipendenza da internet e dai social c’è bisogno di integrare la nostra parte che si esprime online (personalità o profilo digitale) con quella che si esprime offline per apprezzarne possibilità, divergenze e affinità e lavorare verso un’integrazione creativa di entrambe.

    Che differenze riconosco nel mio modo di comportarmi e comunicare in chat o sul web rispetto al mio modo di stare con le persone “faccia a faccia”?

    Interrogarsi su questo potrebbe essere un’occasione per potenziare le proprie competenze ad osservarsi e sentirsi attivi e partecipi nel mondo che sia digitale, virtuale, liquido o reale poco importa.

    Se lo percepisco e passa per il mio corpo e i miei sensi allora non può altro che esistere. E se ne riconosco l’esistenza posso scegliere il modo con cui entrarne in contatto.

    E se vi piace perché no? Condividete e commentate pure!

  • Incontri di amore e piacere ai tempi di Facebook e Tinder

    incontri piacere amore facebook tinderMi capita sempre più spesso di ascoltare racconti di persone in terapia che partono da scambi via chat o social network con il partner.

    Direbbe qualcuno:” Sì, certo sono persone che non stanno bene per cui cosa vuoi che ti raccontino? Hanno una bassa autostima, sono depresse e triste e passano ore su internet. Sono solo pippe e distorsioni da psicologo

    Sarà pure così ma rimane per me interessante il fenomeno e mi incuriosisce come le persone si affannino a soddisfare i loro bisogni anche nei modi più lontani dal mio.

    E così che mi si è aperto un mondo davanti fatto di match (non incontri ma combinazioniJ) like, app e tutte le piattaforme di social dating, come le chiamano in inglese: nient’altro che siti in cui puoi farti conoscere, conoscere e fissare un appuntamento in tempo reale con una tua possibile anima gemella.

    Ma per fare cosa? Beh, di tutto dal “semplice” incontro di piacere al “semplice” appuntamento per conoscere nuove persone.

    Semplice con le virgolette perché semplice non lo è affatto ma semmai è immediato e protetto l’accesso alle informazioni che cerchi.

    E quali sono questi racconti che tanto ti colpiscono?

    “Tu pensa stavo al pub con uno sconosciuto su Tinder e contemporaneamente rispondevo via chat a quello che mi ha cercato la settimana scorsa e dopo avermi ignorato per giorni, adesso mi vuole vedere!? Non sapevo che fare!“

    “Una sera mi sentivo solo e così grazie a Grindr (il social di incontri per gay) mi sono messo a cercare sul telefono qualcuno nella mia zona, grazie anche al GPS”

    Ma anche questi:

    “Ci siamo conosciuti, abbiamo chattato diverse volte al giorno. Io non volevo solo sesso da lui ma volevo cercare un compagno e così siamo usciti una sera e da allora ci stiamo frequentando. Sono felice adesso prima ero sola e triste”.

    “È un modo per sentirmi meno sola, mi cercano e ho la possibilità di conoscere diverse persone anche molto diverse fra loro: da quello che cerca solo sesso al volo, a chi vuole una relazione più seria ma anche a tanta gente strana…”

    Per non parlare dei dialoghi infiniti su Facebook e WhatsApp tra partner, dei fraintendimenti, degli sforzi enormi per capirsi e della difficoltà a vedersi di persona o parlarsi anche al telefono ascoltando le proprie voci, intonazioni ed emozioni.

    È vero la rivoluzione digitale sta cambiando i nostri modi di conoscere e di conoscerci.

    È come se avessimo la possibilità di metterci in piazza con il nostro profilo e la nostra identità digitale che non corrisponde sempre alla nostra autenticità e giocare ad incontrare, scorrendo i vari profili e le vetrine della piazza chi ci colpisce di più.

    A questo punto lo incontriamo, mantenendo la distanza del monitor e del corpo, non incrociamo sguardi e voci ma lettere che scorrono sul nostro dispositivo, immagini più o meno accattivanti, frutto di un accurato lavoro di scelta e revisione di sé, faccine eloquenti e pause e silenzi tra un contatto e l’altro.

    Ed è in questa distanza fra un contatto e l’altro del nostro possibile partner che prende piede la speranza, l’attesa, la voglia di piacere e far piacere all’altro.

    È il contatto con ciò che non è prevedibile e controllabile che ci tiene anche “incollati” al monitor attendendo la sua risposta.

    “Grazie a questi siti ho la possibilità sentendomi cercata ed essendo “matchata” di sentirmi apprezzata e che c’è qualcuno a cui posso piacere”

    Ho l’impressione anche che la distanza e la possibilità di non farsi vedere dal vivo faccia sentire protetti e sicuri. È possibile così con disinvoltura chattare contemporaneamente con più persone e sentire imbarazzo e vergogna in maniera infinitamente minore rispetto ad incontri reali e in carne ed ossa.

    L’illusione, l’attesa e la speranza che sia la persona giusta per soddisfare i bisogni di quel momento prendono piede e più si avvicina la possibilità di incontro reale più cresce anche la paura, l’ansia di non piacere o il timore che non mi piaccia.

    Non è questione di reale o virtuale o di cosa sia meglio se una relazione reale o una virtuale: la questione è oramai superata.

    Si può parlare di relazioni usa e getta, di tristezza e depravazione, di squallore e di relazioni fast-food. Ma di sicuro non c’è solo questo.

    I rischi per il benessere della persona non sono nello strumento in sé ma nell’uso che si fa e nello smettere mai di cercare il meglio per sé in altri modi perché come scrisse Dante “fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

    E giusto per rimanere in tema, condividete pure e scrivetemi i vostri commenti o esperienze in merito. Non è necessario esser persone che vanno dallo psicologo o che usano questi strumenti:)

  • Il lavoro con le immagini: foto-videoterapia e integrazione con le arti terapie

    fototerapia_lisco1Di seguito riporto l’articolo scritto per la Rivista di Arti Terapie e Neuroscienze Online sul lavoro con le immagini in arte terapia.

    L’articolo è consultabile a questo link nella versione in lingua inglese

    Il lavoro con le immagini: foto-video terapia e integrazione con le arti   terapie.

    La diffusione capillare dei social network e di strumenti digitali nell’era della connettività permanente (De Kerckhove D., 2014) contribuisce ad incrementare notevolmente la produzione e la condivisione di fotografie, filmati e documenti multimediali.

    All’interno di questo scenario, le arti terapie possono prevedere l’utilizzo di strumenti digitali multimediali in vari contesti di intervento e progettazione.

    Per foto-video terapia si intende la disciplina e il campo di studio che utilizza la fotografia e il video come mediatore artistico nelle terapie espressive e nell’arte terapia.

    Ma come è possibile utilizzare i processi di produzione di immagini e le immagini stesse all’interno di un setting di arte terapia?

    Nel lavoro con la fotografia e il video sono le immagini, le modalità e il processo di produzione di esse che diventano il pre-testo per favorire conoscenza, consapevolezza e responsabilità dei propri modi di essere nel mondo.

    Il livello di approfondimento delle dinamiche interne della persona oltre all’ambito di intervento e alla natura della relazione fra operatore e cliente permettono al lavoro con le immagini di rientrare nei confini della psicoterapia, del counseling espressivo o dell’arte terapia.

    Le potenzialità dello strumento sono molteplici e le forme variano secondo il contesto di intervento, le caratteristiche dell’utenza e la formazione del conduttore che può esser un arte terapeuta, uno psicoterapeuta oppure un operatore/educatore con competenze specifiche in arte terapia.

    La creazione di foto-racconti in gruppo, di cortometraggi o di prodotti multimediali può divenire un’esperienza che favorisce processi di co-costruzione e creazione in gruppo, facilita la condivisione di narrazioni ed esperienze, stimola il pensiero creativo e potenzia lo spirito di appartenenza attraverso un lavoro di squadra.

    Per esplorare l’intenzionalità dello sguardo e di ciò che si sceglie di rappresentare e vedere in un disegno, in un quadro, in una fotografia o in un video occorre muoversi verso l’esplorazione delle sensazioni e dell’effetto che fa la percezione dell’oggetto stesso.

    Così come Brentano differenziava l’effetto primario (oggetto/fenomeno) dall’effetto secondario (effetto percettivo/emotivo dell’oggetto/fenomeno stesso) (Brentano, F., 1997), nell’incontro terapeutico a mediazione artistica è evidente come l’interesse nella relazione sia rivolto verso la condivisione e l’espressione sensoriale ed emozionale del fenomeno percepito.

    La percezione organizza i dati sensoriali in base anche ai bisogni dell’organismo e in questo afferma la propria intenzionalità.

    Percepire rimanda quindi a una forma strutturata in cui c’è spazio per la soggettività dell’organismo: il soggetto non solo vede e sente ma orienta attivamente la sua scelta del sentire e del vedere in relazione alla soddisfazione di alcuni bisogni.

    La Gestalt (dal tedesco forma) è una forma strutturata, completa e con un senso per noi.

    La percezione risponde ad alcune leggi che la guidano e la strutturano e non è costituita dalla semplice somma degli stimoli e dei dati sensoriali percepiti.

    Percezione e fenomenologia contengono i concetti di intenzionalità, scelta e responsabilità.

    Di fronte al mondo possiamo recuperare la nostra potenzialità e creatività, lavorando direttamente sulla nostra percezione del mondo, sul come oltre che su cosa vediamo, sull’effetto della nostra percezione oltre che sul perché avviene in un determinato modo.

    L’attenzione è posta su quello che si sente perché è il sentire che dà senso e rivela l’intenzione di chi sente.

    La parola intenzione rimanda ad in-tensione: la persona si muove alla ricerca di qualcosa, struttura i dati dell’ambiente in una forma che possa garantirgli di soddisfare alcuni bisogni ed è il dialogo su cosa cerca e come lo cerca che costituisce parte dell’esplorazione terapeutica.

    Edgar Rubin elaborò il concetto di relazione figura/sfondo, marcando l’attenzione sul fatto che ogni fenomeno è inserito in un campo ed è situato in un contesto che gli fa da sfondo.

    Così come non può esistere una figura senza uno sfondo e viceversa, non può esserci un comportamento o un’emozione senza un contesto di riferimento.

    Lo sfondo che può esser visto come l’inconscio gestaltico è il luogo dello “sconosciuto” e anche il luogo dell’ombra, del nascosto che la luce della consapevolezza e dell’attenzione possono illuminare, rendere visibile.

    La dinamicità del processo figura/sfondo ci permette di vivere in equilibrio e in contatto con i nostri bisogni e con le spinte che il nostro organismo ci fornisce verso il mondo.

    Per Merleau Ponty la percezione è espressione: percependo, l’individuo dà senso al mondo.

    La percezione è intenzionale e riprendendo il pensiero di Brentano possiamo individuare come all’interno di un lavoro con le immagini, il terapeuta e il paziente possano muoversi verso l’esplorazione del fenomeno psichico associato all’oggetto fisico secondo diversi livelli di profondità a seconda del contesto e degli obiettivi dell’intervento.

    La percezione non è una riproduzione fedele della realtà bensì è una rappresentazione, una traccia della realtà.

    E’ possibile pertanto lavorare con le immagini intendendole come prodotti intenzionati in cui la persona sceglie di vedere o mettere quello che vuole in primo piano secondo diversi livelli di consapevolezza e coscienza.

    Alcuni esempi di lavoro integrato tra foto-video terapia e arte terapiafototerapia_lisco2

    Il Racconto per immagini

    Ascoltare le emozioni e i pensieri del qui e ora e creare un prodotto di gruppo con disegni, colori e fotografie scattate dagli utenti del laboratorio.

    E’ questa la consegna che si rivolge al gruppo, dopo una prima fase di lavoro di accoglienza e riscaldamento.

    Gli utenti sono liberi di fotografare quello che vogliono e che maggiormente rappresenta il loro stato d’animo, favorendo la comunicazione e lo scambio fra aspetti analogici e digitali dell’esperienza.

    Analogico contiene il mondo della fantasia, della metafora, del “come se” e del non verbale mentre digitale fa riferimento alla razionalità, al pensiero logico, al verbale.

    L’obiettivo è realizzare un prodotto comune, un racconto per immagini frutto dell’integrazione e della condivisione di emozioni e di pensieri individuali attraverso la trasformazione creativa e artistica in immagini, segni, disegni e tracce colorate ed “emozionate”.

    L’utilizzo di colori, pennelli e altri materiali dell’arte terapia plastico-pittorica accanto alle fotografie stampate ha come obiettivo quello di favorire l’integrazione dei linguaggi e degli strumenti delle arti terapie.

    Il prodotto finale realizzato su cartellone contiene i contributi creativi di ognuno, il risultato finale è più della somma delle singole parti e diviene un prodotto comune in cui ciascuno può ritrovare e riconoscere il proprio tratto, la propria parte di fotografia, il proprio contributo grafico e pittorico: il proprio modo di stare nel lavoro di gruppo.

    A seguire, dopo una fase di osservazione e ascolto cognitivo ed emotivo del racconto realizzato, ogni partecipante può liberamente condividere la propria esperienza con il resto del gruppo e sperimentare così un momento di ulteriore integrazione e condivisione.

    Attraverso il feedback, a fine lavoro, la persona può rendere consapevoli alcuni ponti e legami fra il mondo analogico, contenuto nelle metafore condensate nella fotografia e nelle forme grafiche e pittoriche, e il mondo digitale, i pensieri e le razionalizzazioni ad esse associati.

    L’esperienza del “racconto per immagini” può realizzarsi secondo diversi moduli e diverse fasi all’interno di un percorso clinico, educativo o formativo.

    Le fasi principali di lavoro seguono il seguente percorso:

    • Fase di accoglienza e riscaldamento
    • Produzione delle fotografie associate a pensieri e/o emozioni del qui e ora
    • Scelta in gruppo del soggetto e della tema del racconto partendo dalle immagini realizzate
    • Realizzazione in gruppo del racconto per immagini utilizzando diversi strumenti delle arti terapie
    • Osservazione del lavoro e condivisione spontanea dei feedback

    Il Video partecipativo: l’esperienza del cortometraggio.

    All’interno delle attività riabilitative per utenti di una comunità residenziale per pazienti psichiatrici abbiamo scelto di lavorare con le immagini adottando la metodologia del video partecipativo.

    Un lavoro analogo è stato svolto all’interno di progetti scolastici per studenti delle scuole di secondo grado, all’interno di laboratori creativi per adolescenti di centri aggregativi giovanili oppure per progetti di formazione aziendale focalizzati sul teambuilding e rivolti a dipendenti e manager.

    La proposta è di lavorare per realizzare assieme un breve filmato, un cortometraggio che veda gli utenti stessi del laboratorio come attori, sceneggiatori, registi, operatori, ciakkisti e costumisti.

    Si tratta di creare un’equipe di lavoro finalizzata alla scrittura del soggetto della sceneggiatura e alla realizzazione delle riprese per il cortometraggio.

    Questo lavoro rientra nella metodologia del video partecipativo, un’attività socio-terapeutica centrata sul gruppo e la cooperazione e impostata come fosse un gioco di ruolo, dove il lavoro su di sé avviene in parallelo con il processo di costruzione del prodotto finale.

    Tali sono gli obiettivi terapeutici del lavoro con il video nei gruppi (Shaw e Robertson, 1998):

    • E’ uno strumento per il lavoro di crescita personale
    • E’ centrato sul gruppo e promuove la cooperazione
    • Si basa sull’esperienza dei partecipanti, sui loro bisogni e idee
    • Stimola l’espressione della creatività
    • Sviluppa la sicurezza e la stima di sé
    • Genera l’interazione e la discussione
    • Costruisce l’identità e la coesione di gruppo
    • Accresce la consapevolezza e l’attività critica
    • Fornisce i mezzi per comunicare con gli altri
    • Coltiva le capacità e il potenziale dei partecipanti
    • Sviluppa le abilità di pianificazione e di decisione
    • Conferisce il controllo e le responsabilità ai partecipanti
    • Incoraggia la determinazione nel raggiungimento degli scopi
    • Facilita l’empowerment

    Nel video partecipativo gli utenti diventano diretti autori della propria libertà espressiva e hanno la possibilità di usare la telecamera e le attrezzature tecniche di un gruppo video per fornire il proprio sguardo sul mondo.

    Ogni utente può rivestire a turno i diversi ruoli tecnici necessari per la creazione del cortometraggio e in tal modo può fare esperienza delle proprie capacità e modi di stare nel gruppo.

    Il cortometraggio e il lavoro di gruppo diventano l’interfaccia con cui relazionarsi con gli utenti.

    Attraverso la metafora del cortometraggio e dell’equipe tecnica amatoriale gli utenti possono rivestire i panni delle diverse figure e così sperimentare atteggiamenti, empatia, stili di leadership e ruoli che sono spesso lontani dalla loro esperienza di vita.

    “La trama del soggetto e della sceneggiatura diviene metafora dei copioni di vita dei partecipanti; la costruzione dei personaggi diviene possibilità di lavoro sul vissuto del proprio ruolo relazionale, alludendo alle dinamiche interne dei partecipanti senza toccarle direttamente. La fase di realizzazione vera e propria (produzione e post-produzione) offre ampie possibilità nel qui e ora del processo creativo di sviluppo delle competenze sociali, relazionali e collaborative” (Rossi, O., Botticelli, K., Cardamomi, D., Rubechini, S., 2004)

    Il lavoro per la creazione di un video segue le seguenti fasi:

    • Brainstorming e scelta del soggetto
    • Scrittura della sceneggiatura e dello storyboard
    • Individuazione degli attori e compilazione dell’organigramma
    • Pianificazione e realizzazione delle riprese e dei lavori associati
    • Montaggio e post-produzione finale
    • Visione del cortometraggio

    Poiché “la creatività non è una dote, che qualcuno ha e qualcuno no, non dipende dalla personalità del soggetto: è piuttosto una situazione in cui ognuno si può mettere o non mettere” (Quattrini, 2007) nel momento in cui il contesto del laboratorio è percepito come accogliente ed interessante i partecipanti scelgono di mettersi in gioco, di proporre idee per la sceneggiatura e di contribuire attivamente ai lavori del gruppo.

    La creatività diventa un’esperienza che gli utenti vivono nei diversi ruoli della troupe amatoriale cinematografica.

    Bruno Callieri, psichiatra, grande maestro e studioso della psicopatologia fenomenologica, a proposito di narrazione e identità in un suo articolo ha scritto: “Nel corso della vita, non facciamo altro che raccontare noi stessi attraverso storie che rappresentano dei veri e propri atti narrativi in quanto frutto di operazioni attive di organizzazione ed elaborazione dei diversi episodi che riteniamo più importanti per la nostra vita…noi non siamo altro che la storia che raccontiamo di noi stessi e la nostra identità narrativa si costituisce mediante la nostra storia” (Callieri, B.,1999-2000).

    Bibliografia

    Berman L., La fototerapia in psicologia clinica, Erickson, Trento, 1996.

    Brentano, F., La psicologia dal punto di vista empirico, Laterza, Bari, 1997.

    Callieri, B., Dall’anamnesi al racconto: analisi esistenziale e/o analisi narrativa?, Informazione psicologia psicoterapia psichiatria, vol. 38-39, pp.2-9, 1999-2000.

    De Kerckhove D., Psicotecnologie connettive. Meet the media guru, Egea, 2014.

    Giusti, E., Videoterapia. Sovera Editore, Roma, 1999.

    Lisco G., Miletic G., Giovani adolescenti rom alla prima esperienza con il video, Artiterapie – inserto Videoterapia – supplemento del n.9/10 – Editore Associazione Europea per le Arti Terapie – 2005

    Manghi, D., Vedere se stessi. La psicoterapia mediata dal video, Franco Angeli, Milano, 2003.

    Merleau Ponty, M., Fenomenologia della percezione, Bompiani, 2003.

    Quattrini P., Fenomenologia dell’esperienza, Zephiro Ed., 2007.

    Rossi, O., Lo sguardo e l’azione. Il video e la fotografia in psicoterapia e nel counseling, EUR, 2009

    Shaw e Robertson, Il videotape. L’uso partecipativo in educazione e riabilitazione, Centro Studi Erickson, 1998.

    Weiser J., Tecniche di FotoTerapia nel counselling e nella terapia: usare le foto comuni e le interazioni con le fotografie per aiutare i clienti a prendersi cura delle proprie vite (“PhotoTherapy Techniques in Counseling and Therapy: Using photos, and interactions with them, to help clients heal their lives”, translation by Dr. Carmine Parrella and Dr. Matteo Paganelli), Informazione: Psicoterapia, Counselling e Fenomenologia, Vol.7, Sept-Oct, 120-147, 2006.

  • Social network per raccontarsi e rivedersi

    subwaysmartphoneI social network sono oramai entrati di prepotenza nelle nostre vite. Appare impensabile non utilizzare i vari Facebook, Twitter, Google+, LinkedIn e chi più ne ha più ne metta per conoscere e farsi conoscere.

    La pagina home di Facebook contiene infinite informazioni sugli status degli altri e ci consente continuamente di osservare, senza farci vedere, le attività, gli aggiornamenti e in poche parole le azioni che i nostri “contatti” vogliono inserire nella odierna piazza digitale. D’accordo, senza farci vedere è relativo perchè c’è sempre chi raccoglie dati in rete del nostro traffico per molteplici scopi ma quello che mi interessa sottolineare è che il nostro “amico” di bacheca può non accorgersi della nostra presenza ammesso che noi non vogliamo comunicarglielo con i vari commenti, mi piace e varie amenità che lo staff di Facebook e altre aziende negli anni stanno studiando e implementando.

    Pare magicamente che le distanze siano radicalmente diminuite, ma di quali distanze parliamo?

    La distanza nelle relazioni è mediata anche dalla fisicità e dalla corporeità ma è anche una percezione, una sensazione. Posso sentirmi distante con un amico che vive a NY ma sentirlo più vicino perchè leggo i suoi post ogni giorno. Posso sperimentare la possibilità di un contatto fatto di click, post, fotografie e commenti in tempo reale pur mantenendo una distanza fisica e spaziale.

    La nuova era digitale permette di fare quello che l’uomo ha sempre fatto, esaltando come non mai prima d’ ora la velocità e la rapidità di accesso e condivisione delle informazioni.

    Quante volte vi è capitato di leggere sulla bacheca di FB informazioni, notizie e pensieri di un vostro “contatto” e poi incontrarlo nella vita offline, fuori dallo schermo, apparentemente come una persona che si è già raccontata attraverso la sua bacheca, che avete già seguito e “mipiaciato” diverse volte. Che effetto vi ha fatto incontrarlo e ascoltare i suoi racconti dal vivo?

    E’ innegabile che i social network consentono di potenziare le nostre capacità creative e narrative, abbiamo la possibilità di “raccontarcela” e raccontarci in molteplici modi, possiamo inventarci personaggi e spendere ore di tempo per spiegarci al meglio fra un commento e l’altro di una discussione.

    E’ come se potessimo entrare in una stanza e scegliere se rimane visibili o invisibili. Possiamo scegliere se farci vedere o meno a seconda di quello che vogliamo. La fisicità fatta di carne ed ossa si trasforma in nuove configurazioni nei pixel del monitor carichi di storia e di racconti.

    Nel lavoro con i clienti dell’era digitale in psicoterapia i racconti delle esperienze e delle emozioni vissute nel cyberspazio e sulle bacheche dei social network prendono sempre più spazio. Gli sms e i post diventano i nuovi pretesti da cui partire per lavorare su di sé e allora anche le nuove tecnologie e i social network moltiplicano gli spazi di narrazione ed esperienza.

    La consapevolezza di sé nell’era digitale passa anche attraverso la conoscenza del proprio modo di essere con le nuove tecnologie. E’ interessante pertanto lavorare sulle discrepanze e differenze fra l’immagine che si vuole dare in rete, sui social e quella che è l’immagine percepita da se stessi. Di cosa mi accorgo se scorro il mio diario digitale? Che effetto mi fa rivedere fotografie condivise anni prima e i post del passato? Quali vorrei sostituire o aggiungere o modificare e in che modo? I social network diventano un’interfaccia con cui entrare in relazione con gli altri e uno strumento per rivedersi, riscoprirsi e ricontattarsi.

    Se l’era del microblogging alla Twitter ci costringe ad esser sintetici, concisi ed efficaci riscoprire la lentezza e il piacere di raccontarsi, rivedersi ed incontrarsi può rappresentare per qualcuno un bisogno salutare e nutriente a cui dare ascolto.

    Condividete pure se vi piace e buona navigazione consapevole ed emozionante.

  • Prima il dovere e poi il piacere?! – Crescita e decrescita personale

    salvador_dali1“Prima il dovere e poi il piacere” è una di quelle frasi fatte e riproposte come perle di saggezza, cultura popolare o fesseria a seconda dei diversi punti di vista. Mi interessa sottolineare come queste piccole frasi possono letteralmente “installarsi” come convinzioni e credenze nel nostro modo di essere al mondo e contribuire ad aumentare le nostre difficoltà di contatto e rapporto con ciò che vogliamo e desideriamo.

    Il tema è appunto quello del piacere. Può esistere un prima o un dopo rispetto al dovere? Che senso ha mettere il dovere o il piacere prima dell’uno o dell’altro? Non sarà mica un modo per continuare a vedere e rappresentare la realtà in 2 opposti che appaiono spesso inconciliabili? Che vantaggi ne possiamo trarre da tutto ciò?

    Se la crescita personale è quel processo, lungo l’intero ciclo di vita, che ci permette di evolverci, conoscere, incuriosirci, amare e odiare, come è possibile non farlo e ostacolare questa spinta umana al cambiamento?

    Il dovere viene spesso associato agli obblighi morali, sociali, culturali, lavorativi mentre il piacere è affiancato all’amore, al divertimento, alla creatività, a tutto ciò che può esser scelto, voluto e desiderato.

    Ma i due mondi possono coesistere anche in armonia e se nella nostra mente prevale la sensazione che uno dei due possa prevalere sull’altro, ebbene in quel momento stiamo  lavorando proprio per la nostra decrescita personale, conservazione e ostacolo ad ogni cambiamento.

    Per rinsaldare il nostro ben-essere è utile trovare le connessioni fra il piacere e il dovere, senza la pretesa di annullarne differenze ma con l’intenzione di lasciare che le due parti della stessa medaglia si riconoscano come parte di un tutto, come sfumature e tinte diverse del nostro modo di percepire e sentire quello che ci attraversa e ci circonda.

    Nella relazione di aiuto così come nella psicoterapia è frequente constatare come gli intoppi, i blocchi e ciò che impedisce la piena espressione di noi stessi e delle nostre potenzialità abbia spesso a che fare con una delle due dimensioni, il piacere e il dovere.

    A volte pare rivestire le sembianze di voci familiari, genitoriali e culturali e accade pure che quando le riconosciamo e non le nascondiamo sotto il tappeto, il loro potere di convincerci e plasmarci all’interno di un modello già vissuto di comportamenti e norme pare sciogliersi come neve al sole.

  • Colloquio psicologico gratuito per il MIP 2014

    Colloquio psicologico gratuito per il Maggio di Informazione Psicologica – MIP 2014

    Durante il Mese di Maggio aderisco alle iniziative del MIP 2014 -Maggio di Informazione Psicologica – offrendo la mia disponibilità ad effettuare un primo colloquio psicologico gratuito presso lo studio. Il Maggio di Informazione Psicologica prevede un calendario fitto di seminari, conferenze e laboratori a carattere informativo e divulgativo per la promozione della cultura psicologica.
    Il MIP 2014 è organizzato da Psycommunity, la comunità online degli psicologi italiani,  è arrivato alla 7ª edizione ed è organizzato su tutto il territorio nazionale

    Gli psicologi MIP tornano per promuovere il benessere psicologico, perché “non c’è salute senza salute mentale”!

    1.000 psicologi e psicoterapeuti, in 66 province e numerosissimi comuni, offriranno:

    • 1 colloquio gratuito a chiunque ne farà richiesta
    • 1000 appuntamenti aperti al pubblico fra incontri informativi e a tema, conferenze, seminari e gruppi esperienziali nei quali si affronteranno i più varii argomenti della nostra vita quotidiana, indagati attraverso la lente della psicologia.

    Per ulteriori approfondimenti e informazioni visitate il sito www.psicologimip.it

  • Quando la sedia diventa calda…la sedia vuota in Psicoterapia della Gestalt

    sediavuota_gestaltLa tecnica della sedia vuota o calda così come la chiamava Fritz Perls, fondatore della Psicoterapia della Gestalt, è una delle tecniche di intervento che può esser utilizzata all’interno della relazione fra psicoterapeuta e paziente.

    Per facilitare il contatto fra le molteplici sfaccettature dell’esperienza e le variopinte sfumature della vita emotiva della persona è possibile vivere all’interno del setting terapeutico, in prima persona, il dialogo fra personaggi o parti di sé.

    Non si tratta soltanto di parlare delle proprie difficoltà o emozioni ma piuttosto di parlare alle proprie difficoltà individuando un interlocutore (una persona della vita reale, un aspetto emotivo di sé , un personaggio o un oggetto di fantasia) ed esprimendo i propri desideri, pensieri e ciò che si vuole dall’altro: in altre parole entrambi gli attori del dialogo dichiarano le proprie intenzioni senza “barare” e con l’aiuto del terapeuta.

    E’ importante per favorire il benessere personale incontrare la propria diversità che spesso prende le vesti di una voce interna, di un pensiero discordante, di un sogno apparentemente insensato, di un sintomo psicofisico.

    Attraverso l’incontro con ciò che in alcuni momenti si sperimenta come altro da sé, come strano o come difficile da accettare e da rifiutare in blocco si facilita il flusso del contatto con le proprie emozioni.

    La sedia vuota è un modo per provare a parlare con chi non c’è davanti agli occhi ma è presente e vivo come fantasia o come rappresentazione interna. Nel dialogo fra i personaggi diventa fondamentale garantire lo scambio e l’alternanza dei ruoli, per cui la stessa persona sperimenta gli effetti emotivi e cognitivi delle richieste dell’altro rivestendo i panni ora dell’uno ora dell’altro personaggio.

    E’ la capacità di sentire attraverso il proprio corpo l’esperienza emotiva dell’altro ciò che chiamiamo empatia.

    La relazione fra le parti riscalda, emoziona e lo scambio permette il ripristinarsi di un flusso, di un dinamismo e di un movimento in contrasto con la compattezza del sintomo e la rappresentazione del disagio e della sofferenza come spesso qualcosa di granitico, di invalidante e di incomprensibile.

     

  • Facile o difficile? Conoscenza e cambiamento

    Una delle caratteristiche essenziali degli uomini e delle donne è quella di poter continuamente espandere le proprie conoscenze e abilità grazie anche alla capacità di guardarsi dentro, farsi domande e riflettere su quello che si fa e si sente.
    E’ la cosidetta autoconsapevolezza che può guidarci verso il raggiungimento dei nostri desideri, obiettivi personali e scelte di vita ed è la stessa capacità di auto-analisi e osservazione che può a volte rivelarsi il nostro peggior alleato.
    Quante volte abbiamo esclamato “certo è facile e lo posso fare” oppure ci siamo tirati indietro da una sfida o da un compito inedito e straordinario affermando “no è troppo difficile, non ce la posso fare”.
    Le categorie mentali di facile e difficile, fin troppo conosciute dagli albori della nostra educazione, sono fuorvianti per il genere umano, permettono in maniera molto abile e sottile di deviare l’attenzione dalle nostre risorse alle nostre incapacità del momento e possono ostacolare spesso il nostro potenziale di crescita, conoscenza e cambiamento.
    Tra i molteplici fattori della nostra resistenza al cambiamento e alla sperimentazione vi è spesso la paura: emozione che ha bisogno sempre di un oggetto per esser nostra alleata e utile voce interiore. Paura di cosa e di chi? E’ la domanda da farsi quando si sente timore o paura.
    A questo proposito propongo la visione di questo breve filmato dell’ex allenatore della nazionale di Pallavolo Italiana Julio Velasco, in cui si intrecciano diversi spunti interessanti sul tema.

  • Conflitti ed emozioni: psicoterapia e dialogo interno

    Quante volte ci è capitato di sentire emozioni e sensazioni diverse e ambivalenti riguardo la stessa persona o uno stesso episodio della nostra vita?

    Come è possibile che nonostante siamo un unico organismo bio-psico-sociale, quindi fatto di natura, mente e storia sperimentiamo spesso conflitti, incertezze e ambiguità?

    Per qualcuno l’ambivalenza e l’indecisione è una costante del proprio modo di essere al mondo, per altri, invece, è sinonimo di debolezza, insicurezza perchè “bisogna avere le idee chiare ed esser coerenti”.
    Ebbene nel mondo delle emozioni e all’interno della nostra psicologia niente è più fuorviante di vedersi come un’unica realtà, definita, rigida e coerente.
    Il conflitto può scatenarsi anche tra diverse polarità o parti di noi: come sarebbe immaginare di esser fatti di diverse parti come fossimo un puzzle o un mosaico?
    Che significa concepire una popolazione di sè invece che un Sè unico e indivisibile?
    Quanti di noi si sentono unici e uguali in ogni situazioni e con ogni persona?
    E’ forse comprensibile accettare diverse sfumature e parti di noi (il sè felice e curioso, il sè triste e malinconico, il sè rigido e normativo, il sè creativo e divergente e via di seguito)?
    Il dialogo interno facilitato e promosso dallo psicoterapeuta mira a render familiare il contatto con le diverse parti di noi che vogliono, sentono e desiderano cose legittimamente diverse.
    La psicoterapia diventa pertanto un percorso di conoscenza ed esplorazione delle molteplici sfumature della nostra persona e del nostro modo di vivere e sentire.
    Non c’è nulla da cambiare se prima non accettiamo e osserviamo il nostro modo di essere.

    Propongo per stimolare la riflessione un estratto dal monologo di “Uno nessuno e centomila” di Luigi Pirandello.

  • Dialogo interiore e punti di vista

    Quali differenze ci sono tra parlare di qualcuno e parlare a qualcuno?

    Quali relazioni intercorrono tra il dialogo interiore e i punti di vista?

    Proviamo a immaginare come possiamo piuttosto che parlare di noi stessi e dei nostri problemi, parlare invece a noi stessi e ai nostri problemi.

    Si può chiamare dialogo interiore o dialogo interno ciò che descrive il processo di comunicazione fra diverse emozioni, punti di vista, pensieri e parti di sè spesso in conflitto.

    Se parliamo al problema, all’emozione o a una parte di noi stessi cambia l’interlocutore e con esso anche il punto di vista del conflitto e del problema che altro non è che la vista da un punto.

    A questo proposto propongo questo spezzone di video da “L’attimo Fuggente

  • Servizio di Consulenza e Psicoterapia a costi sociali

    L’aggravarsi delle condizioni socio-economiche nel nostro paese e il perdurarsi di politiche disastrose di taglio alla spesa pubblica sanitaria producono come effetti il progressivo allontanamento dei soggetti più deboli e meno tutelati dai servizi di promozione del benessere e prevenzione del disagio.

    Per richiedere una consulenza o una psicoterapia è sempre più difficile, se non impossibile, alla volte rivolgersi alle strutture del Servizio Sanitario Nazionale in quanto oberate da un carico di lavoro non più sostenibile e spesso rivolto alle situazioni di disagio più grave.

    Senza nulla togliere al lavoro degli operatori del SSN e della sanità pubblica è un dato di fatto che di fronte all’impoverimento delle famiglie e dei servizi di salute pubblica una risposta è quella di aumentare l’offerta e contenere le tariffe dei professionisti  privati.

    Per queste ragioni ho deciso di offrire la mia disponibilità per colloqui psicologici di consulenza e percorsi di psicoterapia individuale a costi sociali e ancorate ai minimi, se non in alcuni casi inferiori, ai compensi previsti dal tariffario regolamentato dall’ Ordine degli Psicologi.

    Il Servizio di Consulenza e Psicoterapia a costi sociali è rivolto pertanto a persone in situazioni di svantaggio economico (inoccupati, disoccupati, precari) e con un reddito certificato con modulo ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) inferiore o uguale a 15000€.

    Per  accedere al servizio agevolato è necessario in sede di primo colloquio (gratuito) presentare il modello ISEE rilasciato gratuitamente da uno degli enti preposti (CAF, INPS, studi fiscali e commercialisti abilitati).